sabato 2 febbraio 2008

Il mito dell’Eros femminile: Caccia al punto G... un pò di informazione che non fa mai male!

Si trova davanti all’uretra ed è responsabile dell’orgasmo vaginale. Parola di un’équipe di scienziati che rispolvera un’illusione maschile.
Rimboccati le maniche è ora di raccogliere la sfida. Adesso lo stanerai, quel maledetto punto G, anche se dovessi passarci la notte.... L’esortazione rivolta al lettore di uno dei giornali maschili più diffusi, quelli per l’uomo dal ventre scolpito che sprizza virilità da tutti i pori, ha un che di aggressivo: la prospettiva di passare ore e ore con le dita nella vagina della partner, in una testarda ricerca della "più esplosiva delle zone erogene", francamente fa rabbrividire. Però... però è vero che il punto G, una zona spugnosa grande quanto una monetina, ricca di terminazioni nervose, posta a circa quattro centimetri dalla vulva, è sempre stato circondato da un alone di mistero. Esiste? E dove si trova? Tutte le donne ce l’hanno? E come funziona? A descriverlo per la prima volta, negli anni Cinquanta, era stato il ginecologo tedesco Ernst Grafenberg, che sull’“International Journal of Sexuology” aveva parlato di "un’area localizzata sulla parete anteriore della vagina, che si ingrossa durante la stimolazione sessuale". Poi, a dargli dignità scientifica era stato il best-seller “The G Spot” (così chiamato proprio in onore di Grafenberg), scritto dai tre medici americani Ladas, Whipple e Perry. Che però non avevano convinto tutti. Anzi: la coppia terribile della sessuologia mondiale, Masters&Johnson, aveva bollato le affermazioni sul punto G come "un mito da sfatare". E ancora l’anno scorso il medico americano Terrence M. Hines della Pace University, sulle pagine dell’“American Journal of Obstetrics and Gynecology”, lo aveva definito un’Ufo della ginecologia: a lungo cercato, molto chiacchierato, ma mai effettivamente dimostrato su basi scientifiche. Oggi, invece, il punto G sta vivendo una sua seconda giovinezza. Qualcuno ha scomodato i testi medici dell’età di Aristotele per dimostrare che anche la Grecia classica conosceva benissimo il bottone del piacere femminile. Chi si è andato a rileggere gli antichi testi tantrici ha scoperto una meravigliosa sovrapposizione tra il Saspandana, o “punto della beatitudine”, e l’area descritta da Grafenberg. Le librerie si affollano di manuali come “Il grande O. Orgasmi: come averli, come procurarli” di Linda Lou Paget (la sacerdotessa del sesso già autrice di “Fallo felice” e “Rendila felice”), in cui interi capitoli sono dedicati alla stimolazione del punto G. La rete pullula di siti che offrono in prova gratuita (soddisfatte o rimborsate) i vibratori a uncino, progettati per raggiungere e massaggiare proprio quella zona erogena, nonché bacchette di cristallo (proprio così) adatte alla stimolazione dell’interno vagina, e ancora magiche perline da usare nella vasca, per bagni indimenticabili. Dal punto di vista scientifico, invece, il merito della riscoperta del punto G va a un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Aquila guidati da Emmanuele A. Jannini, titolare della cattedra di sessuologia medica. Che con uno studio appena pubblicato su “Urology”, prestigiosa rivista americana, ha ottenuto due risultati: gettare nuova luce sulla sessualità femminile, e contemporaneamente far infuriare un certo numero di donne. Ecco perché. "Il nostro obiettivo, più che localizzare definitivamente il punto G, era quello di dimostrare la grande somiglianza di quest’area particolarmente sensibile del corpo femminile con alcune strutture anatomiche tipicamente maschili: la prostata e i corpi cavernosi del pene", spiega Jannini. E, passo successivo, anche rivalutare il possibile uso dei farmaci per l’erezione, Viagra in primo luogo, per stimolare e migliorare la capacità orgasmica nelle donne con disfunzioni sessuali. Lo studio ha coinvolto 14 donne decedute in un’età compresa tra i 20 e i 40 anni. Alla base della ricerca c’è un anticorpo monoclonale specifico per la fosfodiesterasi, ovvero l’enzima che inibisce la dilatazione dei vasi sanguigni e che è dunque responsabile della mancata erezione nel maschio. La fosfodiesterasi è per l’appunto il bersaglio del Viagra: quando l’enzima viene bloccato dal farmaco, l’eccitazione maschile raggiunge il suo apice. Ebbene, dicono i ricercatori italiani, la fosfodiesterasi è risultata presente anche nelle cellule vaginali delle 14 donne decedute, in particolare in quelle prelevate dalla parete anteriore della vagina, lì dove sono presenti due strutture anatomiche poco descritte e poco conosciute: le ghiandole di Skene e i corpi cavernosi. Già, proprio corpi cavernosi, del tutto simili, a livello microscopico, a quelli presenti nel pene dell’uomo. "Le ghiandole di Skene, dal canto loro, sarebbero il corrispettivo della prostata maschile, atrofizzata, come residuo della fase embrionale", continua Jannini. Insomma, secondo i ricercatori italiani non soltanto il punto G esiste, ma è il principale responsabile di quell’orgasmo vaginale, secondo alcuni più profondo e intenso di quello provocato dalla stimolazione della clitoride, che in alcune donne può essere accompagnato da una sorta di eiaculazione: la fuoriuscita, durante l’acme del piacere, di un liquido assai simile per composizione al fluido seminale maschile, tranne che per la presenza di spermatozoi. "D’altra parte, che anche le donne potessero eiaculare lo si sapeva benissimo sin dal Seicento", continua Jannini. Lo sapevano, in Uganda, le donne della tribù Batoro, che tramandavano alle più giovani l’usanza dello “kachapati”, ovvero “spruzza il muro”. Lo sapeva persino il marchese de Sade, che descriveva con dovizia di particolari la secrezione, durante l’amplesso, di questo materiale sieroso. E poi? "Poi, nell’Ottocento, è arrivata la regressione vittoriana, il piacere femminile è stato negato, e con lui sono scomparsi il punto G e l’eiaculazione femminile", conclude il ricercatore. Ora, però, con la “riscoperta” del centro nevralgico del piacere femminile, tutto torna al suo posto. O quasi. Dal lavoro degli studiosi italiani, infatti, si evince che non tutte le donne hanno il punto G. "La variabilità di questa struttura è grandissima", spiega Jannini, "nel 20 per cento del nostro campione, semplicemente non è presente". E poiché si stima che circa il 50 per cento delle donne non abbia mai provato in vita sua un orgasmo vaginale, ecco che per buona parte di esse la colpa del mancato piacere potrebbe essere una questione strettamente anatomica. Non soltanto non lo hanno provato, ma non lo proveranno mai. Non per colpa di un partner poco efficiente, per inesperienza, per retaggio culturale: no, semplicemente perché manca loro la struttura predisposta. Di qui la rabbia delle signore. Le più accanite sono le francesi, scatenatesi dopo la pubblicazione su “Le Figaro” di un articolo dedicato alle ricerche di Jannini & Co. "In questo modo l’orgasmo vaginale diventa l’unico possibile, la sola strada per una sessualità matura (come per altro aveva già detto Freud, ndr)", tuona sul quotidiano transalpino Maya Surduts, del Coordinamento delle associazioni per il diritto all’aborto e alla contraccezione. "Non possiamo dire alle ragazze che si masturbano, e che raggiungono l’orgasmo con la stimolazione del clitoride, che sono solo persone immature", le fa eco Jacques Waynberg, dell’Istituto di Sessuologia di Parigi. Anche in Italia i commenti non sono tenerissimi: "Apprezzo le ricerche sulla sessualità femminile, fin troppo trascurata. Ma un campione di 14 donne mi sembra un po’ ridotto. E soprattutto, non mi piace che da uno studio del genere si traggano conclusioni affrettate", commenta la sessuologa Chiara Simonelli. Come quella per cui se la donna non raggiunge l’orgasmo, tutto sommato è un problema suo. "In realtà l’inesperienza maschile pesa moltissimo sull’insuccesso di un rapporto", continua Simonelli. E poi, il rischio è quello di distinguere un orgasmo di serie A, quello vaginale, da un orgasmo di serie B, clitorideo. "Diventa una visione androcentrica, in cui il piacere femminile dipende in tutto e per tutto dalla penetrazione", continua Simonelli, "non mi stupisce che queste ricerche emergano proprio in un periodo in cui si tenta di tornare al passato, in tanti settori". A parziale difesa del maschio italico si leva invece l’opinione di Vincenzo Mirone, presidente della Società Italiana di Andrologia: "Non credo che per questo gli uomini si sentiranno deresponsabilizzati. Se non altro perché i maschi sono ignoranti in materia di sesso, e non solo di quello femminile". Meglio sarebbe, insomma, se prima di incaponirsi alla ricerca del punto G, i maschi italiani imparassero a conoscere meglio il proprio sesso... anche per evitare di dire cose come: "ma che me l'hai fatta addosso"!?!

Nessun commento: